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Organigramma

 

Presidente:Maria Falcone

Vicepresidente: Giuseppe Ayala

Segretario generale: Leonardo Guarnotta

 


Lettera di Antonio

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Bilancio 2016

Bilancio al 31.12.2016     icona_pdf.jpg

 

Relazione del Collegio dei Revisori 2016     icona_pdf.jpg

Lettera di Roberta, 13 anni

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Riflessioni di una studentessa

 “Mamma mi ha raccontato che quel giorno in chiesa una donna coraggiosa con un nodo alla gola, gli occhi colmi di lacrime, la disperazione sul volto ha letto una magnifica lettera alla mafia che sicuramente era lì presente, travestita da gente comune ed uomini di Stato. Secondo mia madre è anche stato un momento di rivincita dove una donna, una moglie, piange il suo eroe mentre accusa apertamente la mafia sfidandola a chiedere perdono in ginocchio per quanto ha fatto pur sapendo che mai lo farà… mia madre ha i ricordi ancor vivi di quei giorni e l’averle fatto leggere questo fumetto che ricostruisce la storia di Giovanni Falcone l’ha riportata indietro nel tempo. Lei dice che mai dimenticherà ed io le credo perché quanto è successo, che oggi anche grazie a lei ed ai miei insegnati sto apprendendo, non può e non deve essere dimenticato; troppo dolore!

Se guardiamo con la situazione attuale, siamo pessimisti  ma se lo facciamo con la speranza di trovare sempre più persone pronte ad alzare la testa ed a ribellarsi… beh! Allora siamo dei grandi ottimisti ed anche questo ci vuole per poter cambiare le cose.

Quello che abbiamo fatto è anche un mezzo per denunciare il nostro sistema, credere nella giustizia, sperare che le cose cambino. Ho ancora imprese nella mia mente le immagini, le figure degli agenti di scorta, tutti costretti a vivere una vita isolata, il loro grande impegno ed il senso del dovere e loro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i nostri eroi, i nostri salvatori, le nostre guide. Sarebbe bello poter organizzare, partecipare, ad una grande manifestazione che veda tutti, ma proprio tutti, marciare in nome dell’onestà contro ogni tipo di mafia.

Chissà se ci riusciremo, magari proprio io con i miei compagni ed i professori che mi hanno dato la possibilità di apprendere anche questi fatti storici del nostro Paese e con mia madre!”

Beatrice

I.C. “San Vittorino – Corcolle” - Roma

Studenti: "Mafia? Un gruppo di delinquenti, si può abbattere"

Il fenomeno mafioso - per Elena Cillo, studentessa del Liceo Pier Paolo Pasolini di Potenza - ha mutato nel tempo le sue caratteristiche: mentre in passato le organizzazioni mafiose manifestavano il loro crescente potere con eclatanti atti di violenza, stragi e uccisioni, oggi, pur essendo la mafia ramificata e radicata nel tessuto sociale, ha deciso di agire nell'ombra abbandonando la sfida aperta alle istituzioni, concentrandosi in attivita' quali il riciclaggio di rifiuti tossici, traffico d'armi e di droga, produzione e distribuzione di falsi. Molto probabilmente e' per queste ragioni che la presenza della mafia non viene percepita nella sua reale portata, fatta eccezione per le Regioni in cui essa ha radici piu' profonde". "I protagonisti nella lotta contro la mafia - è la riflessione di Manuel Cucca, dell'IISS "Giovanni Falcone" di Loano (Sv) – siamo noi, i ragazzi che un giorno avranno magari ruoli importanti e che, se ben educati e informati oggi, diventeranno attori fondamentali di questa battaglia. Non basta mai sottolineare quanto sia importante insegnare questi principi nelle scuole; per fortuna negli ultimi anni la situazione e' migliorata, soprattutto grazie a molteplici associazioni che hanno lo scopo di informare i giovani con testimonianze di persone che la mafia l'hanno vissuta per davvero".


Bilancio 2015

Bilancio al 31. 12. 2015 Bilancio 2015

 

Relazione del Collegio dei Revisori 2015 Relazione Collegio Revisori 2015

Da una mamma per la Signora Maria Falcone - 2a lettera

Buongiorno Signora Maria,

torno a disturbarla perché ci tengo a condividere con lei quanto è accaduto da settembre in poi.

Come promesso abbiamo portato in classe il libro sulla storia di Giovanni e la maestra, persona molto sensibile e disponibile, ha deciso di leggerlo in classe un pezzetto alla volta.

La magia si è ripetuta: i bambini si sono innamorati della storia e non vedono l’ora che arrivi il momento della lettura.

Al termine verrà organizzato un incontro sulla legalità con esponenti delle forze dell’ordine della nostra città di Moncalieri.

Inoltre una brutta vicenda personale ci ha avvicinato ancora di più alla figura di Giovanni.

Qualche settimana fa abbiamo subito nel nostro negozio una rapina, un balordo è entrato armato di pistola (rivelatasi poi finta) e sotto la minaccia ha provato a rubarci l’incasso.

Eravamo purtroppo tutti presenti: io, mio marito ed i due bambini. E’ stato e lo è tuttora un groppone amaro da buttare giù.

Nuovamente abbiamo fatto riferimento alla figura di Giovanni per spiegare ai bambini che queste cose possono succedere e che è nostro compito ribellarci, combattere ed avere fiducia nelle istituzioni.

I carabinieri che sono intervenuti ci sono stati di grande aiuto, non lo dimenticheremo mai.

Le auguro quindi, signora Maria, un sereno Natale fatto di cose semplici perché alla fine cosa serve davvero nella vita se non la famiglia, l’amore, la fiducia e la voglia di cambiare quello che non va ?

Un abbraccio

Tiziana

 

19 dicembre 2016

Da una mamma per la Signora Maria Falcone

Buongiorno Signora Maria ,

mi chiamo Tiziana e sono mamma di Andrea e Giorgia rispettivamente di 10 e 6 anni.

Tra i compiti per le vacanze estive assegnati ad Andrea anche quest’anno c’era la lettura di un libro a scelta.

Per evitare che il mio figliolo si indirizzasse verso il volume 5756 di Geronimo Stilton o la solita biografia di qualche famoso calciatore ho scelto per lui.

Considerato che sia io che mio marito abbiamo origini Siciliane e che quest’anno avremmo passato due settimane di agosto in provincia di Agrigento, è stato facile scegliere “Per questo mi chiamo Giovanni”.

Mi è bastato leggere le poche righe di trama su Amazon. Mi sembrava in tema, pendant con le vacanze.

Per invogliarlo e stimolarlo e poichè , devo ammettere , ero curiosa pure io ho pensato di iniziare leggendo io ad alta voce le prime pagine.

E’ successa una cosa meravigliosa : la storia di Giovanni ci ha talmente coinvolto che il momento serale della lettura è diventato il più atteso della giornata , anche dalla piccola Giorgia e da mio marito.

Niente televisore , videogiochi o letture separate .Per circa 8 giorni le vicende di Giovanni raccontate davanti al mare di Bovo Marina hanno riempito le nostre serate. I capitoli più avvincenti ci hanno tenuti svegli oltre le 02 di notte per non parlare delle discussioni dopo la lettura. Le domande di Andrea , il timore e la paura di Giorgia , le considerazioni , le riflessioni e le spiegazioni di noi adulti.

Per giorni non si è parlato d’altro. L’epilogo del racconto purtroppo è noto a tutti ma ci siamo commossi come se fosse accaduto ieri.

Ho voluto scriverle queste righe perché ci tengo proprio a farle sapere che anche se viviamo lontano da Palermo e certe dinamiche possono sembrare lontane anche a noi Giovanni ha lasciato un’impronta nel cuore ed il suo insegnamento ed esempio ci hanno toccato profondamente. Che uomo meraviglioso. Mi ha colpito moltissimo scoprire a quante rinunce è andato in contro senza pretendere mai niente in cambio , affrontando anzi calunnie ed indifferenza.E’ un aspetto della vita di Falcone su cui non avevo riflettuto e che mi ha scosso parecchio.

Grazie Signora Maria per avere avuto voglia di condividere con noi e grazie anche allo scrittore Luigi per questo immenso dono che mi ha fatto.

Andrea ha deciso di regalare la sua copia del libro alla biblioteca di classe perché “ mamma tutti devono leggere la storia di Giovanni “. Che dire ? A me sembra un’altra piccola vittoria.

 

con affetto e stima

Tiziana 


5 settembre 2016

Sui passi di Giovanni Falcone

inaugurazione2.jpgE' l’anniversario della morte di Falcone

per la nostra scuola una grande occasione

di ricordare e celebrare  tutti insieme 

un eroe che ha lottato con coraggio per il bene.

 

Giovanni, appena nato, con i pugni serrati

simbolo di tenacia contro i gesti errati,

sulla sua culla si posò una colomba

simbolo di pace e convinzione profonda…

 

Studiò la legge e la magistratura

e iniziò a indagare  senza paura…

Con  Rosario Spatola scoprì una verità

che la mafia italiana è una piccola realtà,

paragonata a quella che dilaga sulla terra

in ogni paese, sia in pace che in guerra…

 

La legge mafiosa è contro quella dello Stato

si basa sul sopruso, minaccia e reato,

sull’omertà e sulla prepotenza

in cui vince chi vive nell’ assenza…

 

Assenza d’istruzione, legalità

indifferenza alle regole, alla lealtà…

Leggendo Garlando abbiamo capito

che il prepotente può essere colpito:

quando nella minaccia si sente isolato

è possibile a scuola chiamarlo “sfigato”!

 

Impara da Falcone la strategia vincente

che fece parlare tutta  la gente…

Assassini, spacciatori, ladri e pentiti

furono da lui sempre sentiti…

Furon gli stessi mafiosi a denunciare

i boss delle cosche con peccato capitale…

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Così Giovanni ferì la grande piovra

che coi suoi tentacoli il crimine manovra,

trafisse il mostro con un colpo letale

che da un po’ di anni piange dal male…

 

La mafia e Toto’ Riina, animali feriti,

non perdonaron di essere traditi

e organizzarono il famoso attentato

che nella terra del sole fu consumato…

 

Questo sacrificio di vite innocenti

lascia grandi doveri a noi adolescenti

che riceviamo la speciale eredità

di avere rispetto della legalità

in un mondo in cui pace, sogno e speranza

fan rima con amore e fratellanza! 

 

Lettera scritta dagli studenti dell'Istituto Comprensivo Statale "Giovanni Falcone" di Cassina De' Pecchi (MI) in occasione dell'inaugurazione del Murales raffigurante Giovanni Falcone, realizzato dagli studenti nell'ambito del laboratorio artistico patrocinato dall’Amministrazione Comunale di Cassina De' Pecchi, 28 maggio 2016.

 

 

 



Lettera di Simone Solito - Istituto Istruzione Superiore "A. Avogadro" - Torino

Sono ormai ventiquattro gli anni che ci dividono da quel funesto 23 maggio del 1992, ma non sarà il tempo a cancellare quelli che, probabilmente, sono i tempi più oscuri della storia del nostro paese. E’ così che, in questa giornata organizzata dalla Direzione Generale per lo Studente del MIUR e dalla Fondazione Falcone, la pensano gli oltre cinquantamila studenti accorsi nelle piazze della legalità di tutta Italia per commemorare chi, al puzzo dell'indifferenza e del compromesso morale, ha anteposto il fresco profumo di libertà, ed è così che la pensano tutti coloro che, due settimane fa, erano a Palermo: una città che è notevolmente mutata da quegli anni, passando dall’immagine di capitale del fenomeno mafioso a quella di centro propulsore di quel movimento culturale e morale che disprezza, rifiuta e combatte la mafia.

 

E' questo movimento l'unica arma efficace per affiancare il lavoro di chi ha dedicato e dedica tuttora la propria vita al servizio dello Stato, vedendosi spesso limitata  la propria libertà da scorte, macchine blindate e misure di prevenzione.

 

Sono tante le emozioni suscitate dall'ingresso nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone, quell'aula in cui la mafia è stata per la prima volta messa dietro alle sbarre e che quest'oggi non poteva esimersi dall'essere il simbolo di quelle nuove generazioni che, a partire da Palermo e da quanto accaduto nel 1992, vogliono un paese migliore. Tra le personalità presenti spicca sicuramente la forte rappresentanza militare in memoria degli innumerevoli agenti e carabinieri che non si arresero nel mettere a repentaglio la propria vita salvaguardando quella di magistrati, alti funzionari o politici. Ma, ancora più interessante è stato quel viaggio di testimonianze che abbiamo potuto intraprendere intervistando chi ha vissuto quel periodo da vicino e chi, quest'oggi, ricopre cariche che sono senz'altro fondamentali per portare il movimento antimafia ai livelli più alti delle istituzioni.

 

Il nostro viaggio inizia con le parole del dott. Ayala, pubblico ministero al maxiprocesso e collaboratore di Giovanni Falcone, continua con le parole dell'arcivescovo di Monreale Monsignor Pennisi, del sindacalista Maurizio Landini, del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, l'Onorevole Rosy Bindi, dell'attuale sindaco di Palermo Leoluca Orlando e continua con il Ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, che risalta l'importanza dell'istruzione e della memoria storica per  combattere il fenomeno mafioso e per favorire il progresso della società civile.

 

Tra le tappe fondamentali, non se ne possono escludere due: la professoressa Maria Falcone, sorella del giudice Falcone e il Presidente del Senato Pietro Grasso, ex magistrato. La prima ha espresso tutta la contentezza nel vedere realizzato quel sogno di un movimento culturale per la lotta alla mafia sempre più diffuso e sempre più capace di coinvolgere le giovani generazioni, in grado ormai di far camminare sulle proprie gambe le idee di Giovanni e Paolo: è così che, con affetto, si riferisce al fratello e al giudice Paolo Borsellino. Il secondo non può nasconde le sue emozioni nel ricordare il suo passato di giudice a latere durante il maxiprocesso e nel trovarsi a pochi metri da quel bancone con la scritta "La legge è uguale per tutti" dietro alla quale sedeva.

 

In conclusione del viaggio ci sono le parole del Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. CA Tullio Del Sette, dell'ex Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante, del padre dell'agente Nino Agostino ucciso da Cosa Nostra e del dott. Giuseppe Antoci che presiede il Parco dei Nebrodi,  e che con immane riconoscenza ringrazia i ragazzi della sua scorta, senza i quali, dopo il recentissimo agguato dello scorso 18 maggio a Messina, avrebbe senz'altro perso la vita. Infine, ultima ma non meno importante,  è stata l'opinione di chi si fa portatore della responsabilità di denunciare, ironizzando, con la sua comicità, i problemi che affliggono la sua città: Roberto Lipari, comico e cabarettista nato e cresciuto a Palermo.

 

Ascoltare e camminare. Ascoltare chi ventiquattro anni fa c'era e ha vissuto da vicino queste pagine della nostra storia, e poi camminare. Camminare proprio come si è fatto a Palermo nel pomeriggio del 23 maggio di ventiquattro anni dopo. Camminare dall'aula bunker e da via d'Amelio sino a quell'albero, simbolo della rinascita di un'intera nazione: l'albero Falcone.

E' qui che si è conclusa questa giornata, sotto quest'albero da dove alle 17:58 è stato possibile udire il silenzio militare.

 

A noi non è restato altro che alzare gli occhi al cielo cercando, tra le nuvole e con un sorriso, quegli eroi verso cui siamo debitori. E questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente continuando la loro opera.

 

Perché oggi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro camminano insieme tenendosi per mano.

E noi tutti camminiamo con loro.

 

                                                                                                          di Simone Solito 

                                   Scarica Lettera icona_pdf.jpg                                                                      

Testimonianza di Vincenzo Musacchio

Ogni anno che passa è sempre più difficile trovare consensi quando si vuole parlare di legalità e si vogliono ricordare le vittime che per tale ideale hanno donato la loro vita. E' sempre la stessa storia: la legalità in questo Paese non è la regola ma l'eccezione. All'epoca, non avevo ancora ventiquattro anni e ricordo ogni minimo dettaglio di quell'orribile 23 maggio 1992. La mia ammirazione per Giovanni Falcone, per la sua vita, i suoi ideali e la sua perseveranza, sono stati uno dei motivi di orgoglio per aver studiato Giurisprudenza e per avere sostenuto la tesi di laurea in diritto penale proprio sulla normativa antimafia in materia di appalti pubblici. Ero orgoglioso dell'esistenza di magistrati come lui dediti al servizio dello Stato con spirito di sacrificio mai visto prima di allora. Mi chiedevo come si facesse a non supportarlo nelle sue azioni! Era pronto alla morte Falcone, lottatore infaticabile in uno Stato che lo ha abbandonato senza mai aver voluto combattere con forza e determinazione le mafie. Falcone aveva paura ma era spinto dalla convinzione che un futuro migliore fosse possibile e che la mafia potesse essere sconfitta. Purtroppo ricordo molto bene come all'epoca fu isolato da tutti. Nessuno si ricorda di lui tranne nelle ricorrenze dove ci sono inutili passerelle con falsi attestati di solidarietà e di stima come se fosse un concorso a premi. Quando li vedo e li ascolto ogni anno penso alla enorme ipocrisia perché ricordo bene che Falcone fu bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore della Repubblica di Palermo, bocciato come membro al CSM e sono certo sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato assassinato prima. Eppure ogni anno lo Stato celebra Giovanni Falcone come se questo passato non fosse mai esistito: purtroppo questi fatti non si possono dimenticare! Non abbiamo bisogno di parole false, inutili e vuote o di presenze un giorno l’anno da parte delle istituzioni, quando poi nei fatti non si lotta la mafia né la corruzione ad essa strettamente correlata. Per rendere davvero omaggio alla vita e al valore di Giovanni Falcone c'è un solo modo: sconfiggere le mafie e ristabilire la supremazia dello Stato sul crimine organizzato e sulla corruzione dilagante. Chiudo questo articolo, con un ricordo personale poiché poco prima di morire rispose ad una mia lettera nella quale lo rimproveravo per aver abbandonato Palermo andando a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia, con una frase confortante che mi ha profondamente segnato: “Continui a credere nelle giustizia, c'è tanto bisogno di giovani con nobili ideali”. Chi vuole onorarlo non deve mollare la lotta alle mafie, dal singolo cittadino sino al Presidente della Repubblica, ognuno con i propri mezzi e le proprie forze, dalle piccole cose sino ai grandi sforzi che spettano allo Stato. Falcone diceva: “Non si può sconfiggere la mafia chiedendo l'eroismo di inermi cittadini, ma mettendo in campo tutte le forze migliori delle istituzioni”. Spero tanto che un giorno questo suo desiderio si realizzi.

 

Vincenzo Musacchio

Direttore della Scuola di Legalità

don Peppe Diana” di Roma e del Molise

"La Magnolia"

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Lettera a Maria Falcone

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Questa lettera è stata consegnata a Maria Falcone dagli studenti della Scuola Primaria "Giovanni Falcone" dell'Istituto Comprensivo Almese il 25 febbraio 2016.

Premio Internazionale Semplicemente Donna

Premio internazionale donna.jpgVenerdì 20 novembre 2015 alle ore 21 presso il Teatro Mecenate di Arezzo, la professoressa Maria Falcone ha ritirato il Premio internazionale “Semplicemente Donna” a lei assegnato per l’impegno e il coraggio dimostrato in questi anni nel continuo lavoro di sensibilizzazione dei giovani e di tutta la società civile ai temi della legalità e della lotta verso la violenza di ogni genere.

Tra le altre premiate: la scrittrice e drammaturga Dacia Maraini, l’Onorevole Mara Carfagna, il Premio Sakarov 2001 Nurit Peled Elhanan, la ricercatrice  Amalia Cecilia Bruni, la giornalista di Rai News 24 Lucia Goracci e Daniela Monteleone per il Premio Speciale Actionaid. Gli studenti degli istituti superiori di Arezzo e provincia hanno preso parte ad incontri e dibattiti con le premiate di questa edizione, per sensibilizzare le nuove generazioni verso il tema della violenza di ogni genere alle donne e lanciare un forte messaggio di pace.

La cerimonia di consegna è stata trasmessa dall’emittente televisiva RTV 38.

 

Scarica il programma della giornata icona_pdf.jpg

Vai al link del sito ufficiale: Premiosemplicementedonna da cui è possibile vedere la diretta streaming il giorno dell’evento. 

Un uomo di nome Giovanni

 

Era scoglio nel mare,

viveva minacciato dall’alta marea;

era luce nel buio,

vista da tutti e poi da nessuno;

era fertile concime

nei campi con frutti di speranza;

era pagine di un libro,

quello della legalità;

era acceleratore della macchina,

quella dello Stato.

Come l’aria assicura la vita,

lui assicurava la giustizia.

 

Il 23 maggio 1992

fu scelta la spiaggia senza scogli,

la luce si spense,

il vento cessò di soffiare,

la terra diventò arida,

il libro si sgualcì,

l’acceleratore si ruppe.

Ma quel pomeriggio,

a Capaci,

aria e giustizia

non morirono

                                             


 Angela, 28 maggio 2015



Per Maria

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Letterina

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Bulgaria: cerimonia di conferimento Premio Giovanni Falcone

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Bulgaria, Città di Blagoevgrad - Il 30 ottobre 2014, alle ore 10:00, nel Comune presso la Sala “22 Septemviri”, ha avuto luogo la cerimonia di consegna del Premio intitolato alla memoria del magistrato italiano Giovanni Falcone, ai magistrati ed agli ufficiali di polizia bulgari e di Paesi vicini che hanno conseguito importanti successi nel contrasto alla criminalità organizzata.

L’iniziativa, già avviata nel 2009 su iniziativa del Consiglio Regionale per le Sostanze Stupefacenti di Blagoevgrad, con la collaborazione del Municipio di Blagoevgrad ed il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Sofia, ha ricevuto il plauso delle più alte istanze istituzionali bulgare ed il vivo apprezzamento della Presidente della Fondazione Falcone, Maria Falcone.

 

pdf.jpgIl Programma - lingua inglese

 

pdf.jpgDiploma Onorario a Maria Falcone - Comune di Blagoevgrad

Onorificenza di "Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana" a Maria Falcone

 

Presidente Giorgio Napolitano e Maria Falcone.jpgIeri, 13 ottobre 2014, con una cerimonia ufficiale, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha conferito l’onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana a Maria Falcone, presidente della Fondazione Falcone.

“Sono felice di questo importante riconoscimento istituzionale – dichiara Maria Falcone- perché è un premio rivolto anche alle idee di Giovanni, il quale diceva sempre che per vincere la mafia bisogna lavorare sui giovani, sulle future generazioni in grado di rifiutare la cultura mafiosa”.

“Dedico questo riconoscimento -aggiunge Maria Falcone- alle insegnanti di tutta Italia che in questi anni mi hanno aiutato a portare avanti il progetto educativo che auspicava Giovanni Falcone in linea con i valori di democrazia, libertà e giustizia di cui si è fatto portatore prima e dopo la sua morte.” 

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Caro Dottor Falcone

 

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Per Maria Falcone

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Cittadinanza onoraria di San Cipirello a Maria Falcone

 

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Il 22 marzo 2014 Maria Falcone ha ricevuto la cittadinanza onoraria di San Cipirello in provincia di Palermo.

La motivazione:

Il Sindaco, su proposta del prof. Nicola Mannino, Presidente del Centro Studi Culturale "Parlamento della Legalità'", sentito il parere del Presidente e dei capigruppo del Consiglio Comunale, nel riscatto collettivo dell'intera comunita' sancipirrellese che apertamente e con forza prende le distanze da qualsiasi azione e comportamento mafioso, conferisce la "cittadinanza onoraria" alla prof.ssa Maria Falcone per l'impegno profuso a favore dell'affermazione dei principi di giustizia e di legalità.

Il Sindaco Antonino Giammalva

 

 

 

 

Lettera di Martina

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Lettera di Beatrice

 

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Messaggio di Federica

 

Sono passati esattamente 22 anni dalla vostra morte, cari Giudici, ed io per la prima volta in vita mia sono stata in Sicilia. Ho quasi 18 anni, ma mi sembra di conoscervi da sempre, di aver collaborato con voi e di aver sempre tifato per voi. Invece faccio parte della generazione immediatamente successiva alla vostra morte. Vorrei raccontarvi di tutte le invenzioni che ci sono state negli ultimi anni, delle nuove scoperte, di come il mondo stia procedendo velocemente in tutti i campi, ma mi fermerò a ricordarvi quanto sia bella la vostra/nostra Sicilia. L'ho vista per la prima volta l'altra settimana in gita scolastica e me ne sono innamorata. Forse per il mare, per il sole, per la natura che cambia ad ogni curva. Forse perché si respira l'aria di secoli e secoli di storia, forse perché proprio in quella terra Voi avete iniziato un'autentica rivoluzione che neanche con numerose conquiste fu mai realizzata! Per questo vi dico Grazie. Grazie perché con il vostro lavoro avete dato una speranza alla mia generazione, avete mostrato un'altra via alle persone, le avete risvegliate! Finisco rassicurandovi sul vostro imponente lavoro. La mentalità  sta cambiando, la Sicilia, l’Italia vuole cambiare ed è sempre più pronta. Basterebbe solo che coloro che vogliono prendere in mano lo Stato si accorgessero di questo desiderio sempre più forte! Ci sarebbero da dire troppo cose, quindi mi fermo qui. Grazie Giudici, grazie davvero.

Chicca, 9 marzo 2014

Mencion Especial Mare Terra, XIX edizione de "Los Premios Ones Mediterrània"

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La “Mare Terra Fundacio Mediterrània” di Tarragona (Spagna), ha deciso di insignire la Fondazione Falcone

della prestigiosa “Mencion Especial Mare Terra” della XIX edizione de “Los Premios Ones Mediterrània”.

Tale riconoscimento   viene assegnato da diciannove anni a persone o istituzioni che si sono distinte nel dare impulso alla difesa dell’ambiente e dell’uomo a livello internazionale.

La motivazione del premio evidenzia che la Fondazione Falcone svolge un lavoro importantissimo nel promuovere la cultura della legalità nella società e soprattutto fra i giovani. La sua attività culturale di studio e di ricerca permette di generare e sviluppare la coscienza antimafiosa necessaria al contrasto delle organizzazioni criminali.

Il Premios Ones Mediterrània gode di altissimo prestigio per le sue stesse caratteristiche. Coinvolgere la società in difesa della giustizia, della solidarietà e dei diritti umani.

Il premio è stato ritirato della professoressa Maria Falcone nella sua qualità di Presidente della Fondazione Falcone in occasione della serata di gala che si è svolta il 7 giugno scorso a Tarragona.

 

 

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Maria Falcone

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Il Presidente della Fondazione, la Professoressa Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, riserva un'attenzione privilegiata al mondo dei giovani perché ritiene che il processo formativo dell'individuo rappresenti un momento centrale nel percorso di sviluppo di una coscienza civile. La sua attività educativa si realizza nell'ambito di progetti di educazione alla legalità e si rivolge ai ragazzi delle scuole italiane di ogni ordine e grado, cercando di spiegare loro che cosa è la mafia, quali sono le logiche e i meccanismi che la alimentano e come ognuno può combatterla nel proprio quotidiano.

La Professoressa Falcone rappresenta inoltre la Fondazione presso associazioni e in numerosi incontri nazionali ed internazionali.

 

 

Giuseppe Ayala

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Il Vicepresidente della Fondazione, Giuseppe Ayala, ha lavorato per un decennio accanto a Giovanni Falcone:nel 1983 il consigliere Istruttore Nino Caponnetto arrivato a Palermo a sostituire Rocco Chinnici ucciso da Cosa nostra  scelse tra i giudici istruttori che meglio conosceva e dei quali riteneva di potersi fidare, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Questi avrebbero svolto tutte le indagini su Cosa Nostra, coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala.

Ayala è stato pubblico ministero nel Maxiprocesso che ha cambiato l’approccio del Paese nei confronti della criminalità organizzata, svelando le dinamiche e la natura di Cosa Nostra  e si è concluso nel dicembre 1987 con 346 condannati e 114 assolti; 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione.

Eletto deputato e successivamente senatore dal 1992 al 2006 (PRI, AD, DS), a partire dal 1998 e fino ad aprile del 2000 è stato Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia. Rientrato in magistratura nel 2006, dal 2011 è in pensione.

Biografia

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Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia senza mai retrocedere di fronte ai gravi rischi a cui si esponeva con la sua innovativa attività investigativa, mosso da uno straordinario spirito di servizio verso lo Stato e le sue istituzioni. È stato tra i primi a identificare Cosa Nostra in un’organizzazione parallela allo Stato, unitaria e verticistica in un’epoca in cui si negava generalmente l’esistenza della mafia e se ne confondevano i crimini con scontri fra bande di delinquenti comuni.  La sua tesi è stata in seguito confermata dalle dichiarazioni rilasciate nel maxiprocesso dal primo  importante pentito di mafia, Tommaso Buscetta,  e, negli anni seguenti, da altri rilevanti  collaboratori di giustizia.

Grazie al suo innovativo metodo di indagine ha posto fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni ’70 e ’80. Il metodo si avvale di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero e permette di individuare il  movimento di capitali sospetti. Esso è tuttora adottato a livello internazionale per combattere la criminalità organizzata.

Rigore investigativo, indagini finanziarie ed estrema capacità di coesione all’interno del gruppo che è passato alla storia come il “pool antimafia”: queste le caratteristiche che hanno permesso la realizzazione del primo maxiprocesso alla mafia, il più grande risultato mai conseguito contro Cosa nostra. L’eccezionale lavoro di un manipolo di magistrati guidati da Falcone approdò al dibattimento pubblico che vide alla sbarra 475 mafiosi, tra boss e gregari. Esemplare la sentenza, che consentì alla magistratura di condannare all’ergastolo l’intera direzione strategica di Cosa nostra. Accuse poi confermate fino in Cassazione.

 

 

Infanzia

 

Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939 da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna. E’ il terzo figlio dopo due sorelle ed è un ragazzo molto vivace: gli piace muoversi e giocare a pallone, gioco che condividerà con gli altri bambini del quartiere a Piazza della Magione, nel cuore di Palermo. Fra i compagni di giochi vi è anche il futuro amico Paolo Borsellino.

A cinque anni inizia le elementari al Convitto nazionale con la maestra Cotroneo che così lo definisce: “bravo, rapido e sintetico”.

Ma è nell’ambiente familiare che il piccolo Giovanni assorbe quei valori che ne avrebbero contraddistinto il comportamento morale per tutta vita: la madre gli parla spesso dello zio bersagliere caduto sul Carso e il padre dell’altro zio, capitano in aviazione, morto quando il suo aereo era stato colpito durante un combattimento. Nel giovane Falcone si imprimono così il senso del valore del sacrificio e un forte senso di attaccamento al dovere. Dirà lui stesso più tardi: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana”.

 

Formazione

 

Con l’ingresso al liceo classico Giovanni Falcone scopre presto l’interesse per nuove concezioni della vita, impara a rifuggire dai dogmi culturali e a coltivare il dubbio. Grazie al suo insegnante Franco Salvo, professore di storia e filosofia al liceo Umberto I, scopre il materialismo storico e il marxismo, si appassiona allo studio critico della storia e inizia a guardare con altri occhi alle dinamiche sociali.

Alla licenza liceale, conseguita con il massimo dei voti e il diritto all’esonero dalle tasse universitarie, segue una breve esperienza all’Accademia navale, dove viene subito spedito allo Stato Maggiore perché, si sostiene, ha attitudini al comando. Ma Giovanni scopre presto che la vita militare, acritica e autoritaria, non fa per lui, naturalmente aperto al confronto e al dialogo. Così approda alla facoltà di Giurisprudenza e a studi che ama e a cui si dedica con impegno. Quando entra in facoltà, Giovanni sa già che la sua strada sarà la magistratura.

Questo è anche il periodo in cui Giovanni riesce a coltivare lo sport, una passione mai abbandonata: atletica, ginnastica, canottaggio e nuoto. La piscina comunale di Palermo lo vedrà assiduo frequentatore fino a metà degli anni ‘80, ossia fino a quando la sua condizione di super scortato glielo permetterà. Poi vi rinuncerà, come a tanti altri svaghi.

Nel 1962, ad una festa, conosce Rita e si innamora a prima vista. Due anni dopo, mentre Giovanni sostiene il concorso per entrare in magistratura, i due decidono di sposarsi.

 

Trapani

 

Nel 1965 ottiene il primo incarico come pretore a Lentini dove si fermerà soltanto due anni. Nel 1967 viene poi trasferito d’ufficio a Trapani, città in cui inizia la sua vera storia professionale e matura la sua cultura giuridica e politica. È lì, durante il processo contro le cosche del trapanese, che avviene il suo primo impatto con la mafia, quella autentica, antica, feroce e invasiva. Leader di quel gruppo di criminali alla sbarra è don Mariano Licari. Dirà di lui Falcone nel 1985: “Mi imbattei in un boss di rango. Era Mariano Licari, un patriarca trapanese. Lo vidi in dibattimento, in Corte d’Assise. Era sufficiente osservare come si muoveva per intravedere subito il suo spessore di patriarca”.  Alla fine il processo contro Mariano Licari viene trasferito in una sede diversa e naufraga: ancora una volta il cavillo della legittima suspicione (cioè la ricusazione di una Corte ritenuta dagli imputati “prevenuta”) prevale sul più elementare buon senso. Trapani non ha potuto giudicare la sua mafia. “La giustizia subì una sconfitta”, dirà Falcone, ma quella battaglia gli fece intravedere una nuova strada da percorrere per potenziare le indagini e trovare altre prove:  gli accertamenti patrimoniali sulla consistenza economica dei boss.

E’ ancora a Trapani che il giovane magistrato si trova a rischiare per la prima volta la vita: mentre è in carcere come giudice di sorveglianza, un terrorista appartenente ai nuclei armati proletari lo prende  in ostaggio, puntandogli un coltello alla gola per chiedere la lettura di un suo messaggio alla radio e il trasferimento in altra struttura. Alla fine le richieste del terrorista vengono soddisfatte e Giovanni Falcone scampa il pericolo.

Alla fine del 1978 si può considerare conclusa l’esperienza trapanese. Giovanni Falcone si convince a chiedere la sede di Palermo, forse anche come estremo tentativo di salvare un matrimonio che non sta più in piedi. Va  alla sezione fallimentare, ma, dopo pochi mesi, nell’estate del 1979, la rottura con Rita sarà definitiva. La sua vita cambia completamente sia nel privato che nella carriera: approda alla giustizia penale e comincia a costruire la nuova lotta alla mafia.

Palermo: nel palazzo di giustizia

L’attività di Giovanni Falcone nel Palazzo di Giustizia di Palermo si inserisce in un momento molto grave per la città, che nel settembre del 1979 aveva assistito all’uccisione del giudice Cesare Terranova. Il giudice Rocco Chinnici, che era stato mandato a dirigere l’Ufficio Istruzione e che da tempo invitava Giovanni Falcone a suo fianco, riesce finalmente a convincerlo. Da quel momento inizia per il magistrato l’avventura giudiziaria più importante della sua vita sia dal punto di vista professionale che umano.

 

Il processo contro Rosario Spatola

 

Appena Falcone comincia a leggere le carte delle indagini sull’imprenditore mafioso italo-americano Rosario Spatola, si rende subito conto di essersi imbattuto in un’inchiesta che riguarda i piani alti della mafia economica e finanziaria. Un’inchiesta che, muovendo da Cosa nostra militare palermitana, passa per il paludoso mondo politico-finanziario di Michele Sindona e arriva fin negli Stati Uniti e al gruppo mafioso legato al faccendiere siciliano. Si tratta della più potente associazione criminale dell’epoca, che detiene in quegli anni il commercio mondiale della droga di cui reinveste gli enormi proventi in attività lecite dopo averli opportunamente “lavati” attraverso le banche. Aprendo quel libro Falcone capisce subito di trovarsi di fronte a un pozzo nero che contiene di tutto: una lunga catena di sangue che parte da una serie di personaggi interni al mondo affaristico mafioso e finisce negli omicidi eccellenti di servitori dello Stato come il vice questore Boris Giuliano, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il procuratore GateanoCosta.

Falcone, tuttavia, non desiste dalle sue indagini, anche se si rende conto ogni giorno di più del rischio che corre. Anzi, appare sempre più determinato a porre fine alle assoluzioni per insufficienza di prove, così frequenti nei processi di mafia di quegli anni, ed inaugura un nuovo metodo investigativo che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa nostra. Estende le ricerche al campo patrimoniale, una via fino ad allora poco esplorata, riuscendo a superare il segreto bancario e ottiene la collaborazione di banche e finanziarie nazionali ed estere per ricostruire i movimenti di capitali sospetti. Il suo metodo lo espone ulteriormente, perché permette di indagare in modo efficace sui capitali del clan mafioso degli Spatola-Inzerillo. Si decide quindi di assegnargli la scorta: è il 1980. Da quel momento la vita blindata condiziona la sua quotidianità e il rapporto sentimentale da poco nato con Francesca Morvillo, magistrato alla Procura dei Minorenni. Lei, donna dolce e riservata, è anche molto decisa e forte, e saprà sopportare di buon grado insieme a Giovanni le nuove difficoltà e le numerose rinunce.

Alla fine, dopo tanti sacrifici e rischi corsi, le indagini danno il risultato sperato e il processo Spatola si conclude con condanne esemplari. E’ la prima incrinatura nel mito della invincibilità di Cosa nostra.  

Ma la reazione non si fa attendere: il 29 luglio 1983 un’autobomba massacra Chinnici insieme alla scorta e al portinaio della sua casa in via Pipitone. Erano già stati uccisi il colonnello Russo, Boris Giuliano, il capitano Basile, Mario Francese, Pio La Torre, il presidente della Regione Pier Santi Mattarella, il procuratore Costa, Cesare Terranova, l’agente Calogero Zucchetto, il Professore Paolo Giaccone, e, come estrema sfida, la mafia aveva massacrato Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Le immagini di “Palermo come Beirut”, il palazzo di Chinnici ridotto a una gruviera, fanno il giro del mondo. La città, che si sente profondamente violata e scossa, affida spontaneamente a Giovanni tutte le ansie e le speranze di riscatto. A chi se non a lui, che aveva saputo esporsi andando oltre la “pacifica convivenza” tra stato e antistato? Avviene così che il giudice diventa un simbolo.

 

Il pool antimafia

 

All’indomani dell’assassinio di Rocco Chinnici, quale suo successore a dirigere l’Ufficio Istruzione viene mandato Antonino Caponnetto. È un magistrato siciliano ma quasi sconosciuto ai palermitani. Ha lavorato a lungo a Firenze e crede nelle capacità di Giovanni Falcone, che non ostacolerà mai,  proteggendolo, anzi,  nelle sue iniziative con la funzione di capo dell’ufficio.  Lo invita così a far parte del nuovo gruppo investigativo: il “pool antimafia”. Il pool è concepito per affrontare la complessità del fenomeno di Cosa nostra, non più vista secondo l’opinione generale, come accolita di bande, ma, secondo l’ipotesi di Falcone, che Caponnetto condivide, e che si rivelerà fondata, come organizzazione unica con struttura verticistica al cui interno non esistono gruppi con capacità decisionale autonoma. Alla luce di tale convinzione viene ritenuto fondamentale far uscire i giudici istruttori dall’isolamento in cui fino a quel momento  erano soliti investigare e affrontare invece il lavoro di indagine in équipe, condividendo le notizie disseminate nei vari carteggi per cogliere le relazioni e le dinamiche delle strategie di Cosa nostra.

 

Il frutto più importante dell’attività del pool, composto da Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, sarà il maxi-processo. All’origine della megainchiesta viene posto un rapporto redatto da Ninni Cassarà, vice dirigente della squadra mobile e stretto collaboratore di Falcone: la ricostruzione minuziosa dell’origine della guerra di mafia che porterà i corleonesi di Totò Riina ai vertici dell’organizzazione.

Alla fine del 1984 il pool è al massimo dell’impegno e dei risultati: a ottobre, in Canada, Falcone ottiene le prove che gli consentiranno di arrestare il 5 novembre Vito Ciancimino con l’accusa di associazione mafiosa e di esportazione di capitali all’estero. Qualche giorno dopo vengono arrestati per associazione di stampo mafioso anche gli intoccabili esattori di Palermo, Nino ed Ignazio Salvo. La città guarda sbigottita: nessuno avrebbe mai creduto di potere assistere a quegli eventi. Giovanni Falcone diventa il simbolo del cambiamento.

Mentre le indagini procedono,  il 28 luglio del 1985 la mafia reagisce con l’uccisione del commissario Beppe Montana, amico e braccio destro di Cassarà, e, qualche giorno, dopo, il 6 agosto, dello stesso Ninni Cassarà.  È un momento terribile, di grande pericolo anche per il giudice.

Così, quando Caponnetto viene informato che dal carcere è partito l’ordine di uccidere anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fa trasferire immediatamente i due magistrati al sicuro,  nel carcere dell’Asinara. Giovanni e Paolo si trovano a vivere per alcune settimane reclusi come due detenuti, insieme con loro famiglie. Tornano a Palermo dopo un mese,  poiché devono consultare alcuni documenti custoditi nella cassaforte della Procura, carte necessarie a concludere l’ordinanza di rinvio a giudizio.

 

Il maxiprocesso

 

L’8 novembre del 1985 il pool deposita l’ordinanza di rinvio a giudizio contro 475 imputati. Il 10 febbraio 1986 inizia il primo maxiprocesso a Cosa nostra, il traguardo più importante di Giovanni Falcone: ventidue mesi di udienze in un’aula bunker appositamente costruita in cemento armato, in grado di resistere anche ad attacchi missilistici e di dimensioni tali da poter contenere il gran numero di imputati e permettere ai giudici di lavorare in sicurezza.

Le accuse ascritte agli imputati comprendono 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e il reato di associazione mafiosa. Le prove più significative – pazientemente riscontrate - provengono dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, catturato come latitante in Brasile due anni prima.

Il 16 dicembre del 1987 il presidente della Corte d’Assise,  Alfonso Giordano,  legge la sentenza che, incredibilmente, malgrado la mole del processo, arriva nei tempi stabiliti. Tutti,  il giudice a latere Piero Grasso, il pubblico ministero Giuseppe Ayala, i giurati popolari, centinaia di avvocati, in piedi per ore ad ascoltare il lungo elenco di condanne,  tra cui 19 ergastoli e 2665 anni di carcere a 339 imputati. Palermo scopre finalmente che la mafia non è impunibile. L’“astronave verde”, come viene definita dai giornalisti di tutto il mondo l’aula bunker per il colore dei muri delle celle,  quel giorno diventa il simbolo del riscatto dello Stato e della Sicilia. Ne aveva fatta di strada, Falcone. Ma quanta fatica per far accettare la tesi dell’unicità di Cosa nostra. Se l’intuizione gli era venuta dal processo Spatola, le conferme si sono aggiunte durante il maxiprocesso, grazie alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta: è stato l’ex mafioso (nato a Porta di Termini, a poche centinaia di metri dalla piazza della Magione in cui è cresciuto Giovanni) a condurlo per mano nel labirinto di Cosa nostra. Dirà più tardi, nel libro Cose di Cose Nostra: “Prima di lui non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti”.

Qualche mese dopo, nel maggio del 1986, il giudice può concedersi una breve parentesi nella tensione di quei giorni dedicandosi alla sua vita privata: si sposa con Francesca Morvillo.

Ma la reazione al grande successo conseguito col maxiprocesso non si fa attendere. Caponnetto va in pensione ed è costretto a lasciare il pool. Tutti si aspettano che sia Falcone a prendere il suo posto,  anche Caponnetto, che lo considera il suo erede naturale per esperienza e capacità di indagine. Ma il Consiglio superiore della magistratura nomina alla guida dell’ufficio istruzione Antonino Meli,  un magistrato di vecchia scuola che non vede di buon occhio il lavoro del pool e ne comincia lo smantellamento.  Nega il principio cardine del successo delle indagini di Falcone, cioè la struttura unitaria di Cosa nostra, e asseconda invece la vecchia tesi, dimostratasi ormai superata, della mafia vista come accolita di bande. Meli frantuma i processi e li distribuisce in vari uffici, col risultato disastroso di far perdere il nesso tra vicende che, senza un filo conduttore, perdono importanza.

 

L’attentato all’Addaura e la congiura del “corvo”

 

Due anni dopo, nel 1989, una congiura di soggetti ancor oggi non tutti individuati, decide di screditare definitivamente Falcone. L’accusa è di aver fatto ritornare in Italia il pentito Salvatore Contorno, esponente della “mafia perdente”, al fine di uccidere dei rappresentanti della “mafia vincente”. Queste falsità aberranti vengono espresse in lettere anonime, dette lettere del “corvo” ed inviate a vari rappresentanti delle istituzioni. Il 20 giugno del 1989 Falcone sfugge all’agguato tesogli nella sua villa all’Addaura: un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite posto sulla scogliera dove Falcone suole fare il bagno, viene trovato per caso da un agente della scorta. La bomba viene disinnescata e l’attentato fallisce. È lo stesso Falcone a spiegare il senso di quell’aggressione, una manovra ideata in maniera perfetta da “menti raffinatissime”, adatta a dar credito alle accuse delle lettere diffamatorie del Corvo: “Il contenuto delle accuse doveva essere il movente che aveva spinto la mafia a uccidermi. Sarei stato un giudice delegittimato perché scorretto, l’omicidio sarebbe stato giudicato quasi naturale”.

Dopo l’attentato dell’Addaura, per diretto interessamento del Presidente Francesco Cossiga, Falcone viene nominato dal Consiglio superiore della magistratura Procuratore aggiunto di Palermo. Qui altre lettere del “corvo” continuano ad avvelenare il clima del Palazzo di Giustizia, ma Falcone, sebbene avversato e ostacolato, riesce ugualmente a condurre intense attività di indagine. Già nel 1988 aveva collaborato con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, nell’operazione “Iron Tower” con cui venivano colpite due famiglie mafiose coinvolte nel traffico di eroina, quelle dei Gambino e degli Inzerillo; nel gennaio ’90 coordina un’ inchiesta che porterà all’arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani.

Tuttavia il clima ostile del Palazzo cresce ogni giorno di più e Falcone si rende presto conto di trovarsi isolato. Ma le massime incomprensioni gli derivano soprattutto dal confronto con il Procuratore Capo Piero Giammanco, che pure un tempo gli era stato a fianco. Questi ne ostacola sistematicamente il lavoro costringendolo a limiti angusti nella manovra delle indagini: Falcone avverte che in quel Palazzo, a Palermo, non riesce più a lavorare come vorrebbe e che i quotidiani dissensi  lo logorano ogni giorno di più. Decide così di accogliere l’invito del Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli a ricoprire il ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero e qui prende servizio nel novembre 1991.

 

Al Ministero di Grazia e Giustizia

 

Martelli dimostra subito di voler dare alla sua azione una forte connotazione antimafia e Falcone capisce quanto potrebbe essere determinante il suo ruolo nell’elaborazione di nuovi strumenti legislativi per rendere più efficace l’azione della magistratura contro la criminalità organizzata. Perciò fa in modo di semplificare e razionalizzare il rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, istituendo una forma di coordinamento tra le varie procure. In un primo momento pensa di rivolgersi ai procuratori generali, ma vista la reazione negativa delle gerarchie della magistratura, decide di istituire una serie di procure distrettuali con esclusive competenze di contrasto alla mafia e direttamente dipendenti dai capi delle rispettive Procure.  Per garantire, inoltre, la circolazione delle notizie in tutto il territorio nazionale e un’azione coordinata ed efficace suggerisce con successo la costituzione di un ufficio centrale nazionale che prenderà il nome di Direzione Nazionale Antimafia, generalmente nota come Superprocura. Ma quando Falcone viene indicato come il naturale candidato a questo nuovo ufficio,  come un copione che si ripete, subisce l’avversione generale e maggiormente dei colleghi, che lo accusano di voler impadronirsi di uno strumento di potere da lui stesso ritagliato sulla sua persona.

Non è la Superprocura l’unico strumento di contrasto alla mafia pensato da Falcone. In quello stesso periodo vengono gettate le basi per la nascita di norme e leggi che regolino la gestione dei collaboratori di giustizia. Sul piano della necessità di impedire la comunicazione tra i boss in carcere e i mafiosi in libertà, prende corpo il cosiddetto carcere duro: cioè una forma di carcerazione differenziata (il 41 bis) per mafiosi e terroristi.

Il 30 gennaio del 1992, con una sentenza storica, la Cassazione riconosce valido l’impianto accusatorio che aveva portato alla sentenza di primo grado e rivede, aggravandolo, il giudizio d’appello che aveva mitigato le precedenti condanne. La Suprema Corte ripristina 19 ergastoli e migliaia di anni di carcere per boss e gregari. Il cosiddetto “teorema Buscetta” è sancito definitivamente, insieme con il trionfo di Giovanni Falcone: il “suo” maxi-processo regge alla prova finale.

Ma l’apice del successo sarà proprio l’inizio della fine del giudice. Cresce l’odio della mafia nei suoi confronti e, parallelamente, cresce l’avversione politica per un magistrato che si avvicina pericolosamente al territorio inesplorato delle connivenze istituzionali. Viene giudicato talmente “pericoloso” da convincere i suoi nemici ad una soluzione finale, diversa e più cruenta di quella che ne aveva decretato l’espulsione da Palermo.

Giovanni Falcone, da parte sua, sa che il conto con la mafia è aperto e considera l’attentato alla sua persona come più di una eventualità, anzi una certezza che sarebbe prima o poi arrivata. Tuttavia va avanti per la sua strada.

 

La strage di Capaci

 

Il 23 Maggio 1992, Giovanni e la moglie Francesca, di ritorno da Roma, atterrano a Palermo con un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40.  Tre auto,  una Croma marrone, una bianca e una azzurra li aspettano. È la scorta di Giovanni, la squadra affiatatissima che ha il compito di sorvegliarlo dopo il fallito attentato del 1989 dell'Addaura. Ma poco dopo aver imboccato l’autostrada che congiunge l’aeroporto alla città, all’altezza dello svincolo di Capaci, una terrificante esplosione (500 kg di tritolo) disintegra il corteo di auto e uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

 

***

 

La fine di Giovanni Falcone potrebbe essere letta come una sconfitta dei giusti e dello Stato, come la fine di una speranza, ma in realtà la sua morte ha rappresentato l’inizio di una vera rinascita della società civile, che ha spinto le istituzioni statali a sferrare nei confronti della mafia un attacco tale da ridurre quasi al tappeto Cosa nostra. Tutti i più grandi latitanti, tranne Matteo Messina Denaro, sono in prigione e l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine non conosce soste. È importante, però, che l’azione non si fermi. Qualsiasi indecisione o allentamento della tensione giova a Cosa nostra. Per questo è fondamentale l’impegno delle istituzioni e, soprattutto, la vigilanza della società civile. Spetta a tutti noi, ai giovani, che saranno i  protagonisti del domani, mantenere alto l’esempio lasciato da Giovanni Falcone e fare propria la lezione di legalità, di professionalità e di amore per lo Stato che il magistrato ci ha lasciato.

 

 

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Scopi

La Fondazione Falcone è stata costituita a Palermo il 10 dicembre 1992 con lo scopo di promuovere la cultura della legalità nella società e nei giovani in particolare, favorendo attività culturali, di studio e di ricerca che favoriscano lo sviluppo di una coscienza antimafiosa.  Particolarmente attenta alla problematica pedagogico-educativa dei ragazzi in età scolare, la Fondazione si impegna a realizzare una vera educazione permanente alla legalità attraverso iniziative di carattere sociale e culturale che coinvolgano i giovani.

Scopo della Fondazione è anche promuovere il perfezionamento della professionalità degli apparati investigativi e giudiziari impegnati nell'azione di prevenzione e di contrasto della criminalità organizzata. A livello internazionale essa favorisce l'integrazione e la cooperazione tra i sistemi giudiziari europei ed internazionali per un più efficace coordinamento dell'azione di tutti gli Stati e delle Agenzie deputate alla prevenzione e repressione dei delitti di criminalità organizzata.

Obiettivo ultimo della Fondazione è di coalizzare tutte le energie positive che in qualsiasi parte del mondo siano disponibili per sradicare dalla società il fenomeno mafioso.

Dal 1996 la Fondazione ha ottenuto dall'ONU il riconoscimento dello status consultivo in qualità di Organizzazione non Governativa presso l'ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite). Ciò significa che la Fondazione Falcone svolge funzioni consultive nell'ambito delle materie ricadenti all'interno della competenza del Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) con riferimento ai campi dell'economia internazionale, delle problematiche sociali, culturali, educative, di salute, scientifiche, tecnologiche ed alle questioni dei diritti umani.

 

 

 

Leonardo Guarnotta

 

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Il Segretario generale della Fondazione, Leonardo Guarnotta, ha lavorato insieme a Giovanni Falcone nel pool antimafia, coordinato da Antonino Caponnetto. Insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, ha istruito il Maxiprocesso di Palermo. È stato Presidente del Tribunale di Palermo.